Il paradigma PNEI per l’attività sportiva

Il paradigma PNEI per l’attività sportiva

Bruscolotti M., Chiera M., Barsotti N.

L’attività sportiva è un fenomeno complesso in cui l’organismo è sottoposto a un carico allostatico che, in caso di atleti di alto livello, può risultare particolarmente gravoso. La PNEI fornisce un’importante chiave di lettura che mostra come molteplici aspetti influenzino la performance e lo stato di salute dell’atleta.
Abbiamo innumerevoli evidenze di come l’attività fisica sia un importante fattore di salute e longevità. Tuttavia, quando lo sport diventa una professione, possiamo notare numerosi problemi dettati da un allenamento eccessivo e/o scorretto ed esacerbati da un’alimentazione infiammatoria, da forti pressioni per la prestazione, come pure dal jet lag in caso di competizioni internazionali.
L’attività sportiva altro non è infatti che una reazione di stress, un fenomeno allostatico legato al sistema miofasciale (fascia, muscoli ed ossa sono tessuti neuro-endocrino-immunitari) e connesso a tutto il network PNEI. L’atleta varia continuamente a 360° i propri set point cardiocircolatori, respiratori, metabolici, nervosi, etc. (es.: la forza fisica aumenta grazie a modifiche delle placche neuromotorie e delle aree cerebrali relative ai muscoli e agli esercizi allenati, non solo per l’ipertrofia muscolare) e per questo risente dei fattori sopra citati. E come in fisiopatologia vi è il carico allostatico, così nello sport abbiamo il problema dell’overtraining: una richiesta superiore alle proprie risorse che genera alterazione della salute psicofisica e vere e proprie patologie.

Durante l’attività fisica intensa (almeno 50-60% del VO2Max1), le catecolamine aumentano infatti l’espressione intestinale del co-trasportatore di glucosio sodio-dipendente 1 (SGLT1), così da assorbire più acqua, sodio e glucosio utili alla prestazione, i glucocorticoidi incrementano l’espressione di NF-κB, mentre l’attivazione ortosimpatica aumenta la temperatura corporea e causa vasocostrizione nei visceri interni, per direzionare il flusso sanguigno verso muscoli, cuore e
polmoni.
La mancanza di recupero adeguato genera conseguenze spesso molto rilevanti: l’intestino diventa permeabile, favorisce il passaggio di tossine quali la lipopolisaccaride (LPS) batterica che induce una risposta infiammatoria che a sua volta, assieme all’aumento di temperatura e alla vasocostrizione, aumenta la permeabilità intestinale. La conseguente disbiosi altera ancora di più la barriera intestinale, oltre alla produzione di neurotrasmettitori quali serotonina, dopamina, NPY e GABA, generando costipazione e ansia e risultando un fattore di rischio per diabete di tipo 1, sclerosi multipla, artrite reumatoide, sindrome da fatica cronica, depressione.

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